La compagnia dei somarelli

foto di Malì Serena Erotico, testo di Nicola Rabbi

Il valico non è lontano, siamo ancora sotto la faggeta, ma alzando lo sguardo ci si accorge che la salita sta per finire e si intravede tra le chiome degli alberi un ampio spazio di cielo azzurro. Eppure Antonio cede proprio adesso, si appoggia a un alberello e dice: “Non ce la faccio più… quanto odio c’è nel mondo, ma perché?”. Fermo il mio somaro e la parte della colonna che è rimasta indietro si blocca di riflesso.

Il valico che porta a Poggio Bustone

Siamo all’ultimo giorno di trekking lungo il cammino di San Benedetto che ha visto coinvolti Andrea, Antonio e Michele, tre persone con problemi di salute mentale, Anna e Rita, due educatrici, Alessio, Antonio, Franco, Raffaella e Sandro, 5 volontari, 3 somari e il loro conduttore Raffaele a cui si sono aggiunti il sottoscritto e una fotografa con il compito di raccontare il viaggio. “Il trekking è giunto al quinto anno — spiega Rita, educatrice dell’Asl di Bologna — e fa parte di un progetto più ampio che si chiama ‘Passaporto per la salute’ dentro cui si svolgono altre attività di tipo sportivo, ludico-ricreativo, culturale”. L’iniziativa nasce dalla progettazione tra le associazioni di famigliari, utenti e gli operatori del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl di Bologna, una collaborazione questa garantita in tutta l’Emilia Romagna da una legge regionale. Ma questa camminata nasce proprio da Rita che aveva già sperimentato su se stessa il benessere che si crea in un gruppo di persone che passeggiano lenti nei boschi in compagnia degli asini.

Si parte
Incontro Alfio, Bigio e Camillo di mattina presto in un agriturismo vicino a Cascia. Sono soli e legati a una staccionata oltre la quale si apre una valle ancora avvolta dalla nebbia. Alfio mi guarda, gli altri mi ignorano e subito mi accorgo che non sono animali che ti si avvicinano scodinzolando o strusciando e nemmeno scalpitano inquieti come i cavalli, sono creature più misteriose.

Alfio in primo piano

Raffaele, la nostra guida, lega il basto agli asini e ci dà le istruzioni su come preparare i borsoni per poi appenderli agli animali che non vengono cavalcati ma hanno solo il compito di portare i nostri bagagli. “Non dobbiamo dominare cavalcandoli — spiega Raffaele — ci aiutano semplicemente a portare i nostri pesi nel viaggio, in realtà non li stiamo sfruttando, la loro utilità sta soprattutto in altro, nella capacità che hanno di legare le persone, farle parlare, di creare un collante tra i viaggiatori”. L’asino con la meccanizzazione delle attività avvenuta nel secondo dopoguerra è diventato inutile come strumento di lavoro e in questi ultimi anni viene riscoperto soprattutto come animale di compagnia. Raffaele possiede 14 asini che ha acquistato nel corso degli anni, da quando nel 2006 gli venne l’idea di usare questi animali per percorrere lunghi tratti a piedi data la loro resistenza fisica. Ha provato cammini in solitaria con la tenda anche in periodi invernali e ha poi cercato di trasformare questa passione in un’occasione di lavoro collaborando con vari tour operator.

Partenza di primo mattino

La Santa degli impossibili
La colonna si forma e parte lentamente; la prima tappa che ci aspetta è Cascia, il paese di Santa Rita, la “santa degli impossibili” come viene definita a causa dell’alto numero di miracoli che le vengono attribuiti e che hanno salvato persone in condizioni disperate. Il suo culto è così diffuso che a 563 anni dalla sua morte, avvenuta proprio qui nel 1457, viene venerata in varie parti del mondo.

Un frate a Cascia

Un miracolo più materialista lo possiamo verificare anche noi; in questo territorio colpito duramente dai terremoti, l’ultimo è stato nel 2016, le attività artigianali falliscono, i negozi vengono chiusi ma continua a funzionare l’economia della Santa e che gli abitanti del posto enunciano semplicemente in un “viviamo della Santa”. È infatti il culto di Santa Rita che, attirando numerosi fedeli qui e nella vicina Roccaporena, il luogo dove è nata, da’ uno slancio continuo all’economia locale.

Cascia

Attraversando il paese ci accorgiamo subito che siamo un’attrazione per tutti. La nostra carovana è composta da uomini e asini e quest’ultimi vengono avvicinati dai bambini e dai vecchi che ricordano quando da piccoli possedevano anche loro un somaro che aiutava i loro genitori nei lavori dei campi o addirittura nella costruzione della casa. Questa situazione si ripeterà in tutti i centri abitati che incontreremo, con le persone incuriosite che si avvicinano, ci fanno delle domande, vogliono fotografare o accarezzare gli animali.

Cascia

La prima sosta la facciamo proprio a Roccaporena, un bel borgo situato tra le montagne a 700 metri di altitudine. Qui nacque Santa Rita e la leggenda narra che, oramai vedova e avendo perso anche i figli, decise di entrare in convento. Là, per ragioni politiche, non la volevano e allora la santa si ritirò a pregare su uno sperone di roccia (lo scoglio di Santa Rita) da dove venne portata in volo direttamente all’interno del convento di Cascia.
Mentre il gruppo si riposa, alcuni di noi scalano le centinaia di scalini che portano in cima allo scoglio dove è stata edificata anche una cappelletta. A metà percorso Andrea si ferma e dice non riuscire più a salire, noi allora ci fermiamo con lui e aspettiamo che recuperi le forze. Gli chiedo con chi vive adesso e mi dice: “Abito con i miei genitori, ho un fratello che è fuori casa, ho provato a vivere fuori con altre persone ma non sono stato bene e allora sono rientrato”. Ha 40 anni e lavora da alcuni anni in una cooperativa sociale dove restaura mobili, “Ma io non sono bravo — precisa — faccio delle cose semplici”. In realtà parlando del suo lavoro mi accorgo che una sua professionalità ce l’ha. Dopo un po’ si rialza e riprendiamo il cammino fino a raggiungere la cima dello scoglio. Andrea a un certo punto si sporge e guarda in basso, là dove si vede un prato punteggiato da macchioline scure: sono i nostri asini che stanno brucando.

L’uomo e l’asino: un rapporto ancestrale

Il giorno dopo il percorso che affrontiamo è abbastanza impegnativo, attraversa foreste e pascoli e non incontriamo case. È un paesaggio senza tempo per chi è abituato alla vita cittadina, si cammina tra prati ai margini dei boschi con i colori tipici dell’autunno che passano dal verde scuro all’arancione screziato di rosso fino ad arrivare a un giallo intenso. Mentre la nebbia del mattino si alza e svapora portata via dalla brezza, gli unici rumori che si sentono sono il cinguettio degli uccelli e qualche muggito delle mucche chianine che pascolano libere.

Verso Monteleone

È un continuo sali e scendi e Antonio dà le prime avvisaglie di difficoltà. Anna, la sua educatrice lo avvicina e lo incoraggia. “Lavoro con Antonio da vari anni e il camminare è un’attività che ci unisce. Faccio parte di un gruppo che si chiama ‘Stelle di roccia’ e ogni martedì pomeriggio ci ritroviamo a Casalecchio di Reno alle porte di Bologna verso le colline per camminare assieme, operatori e utenti, in qualsiasi condizione climatica” — ci tiene a precisare Anna. Spesso le persone con problemi di salute mentale sono in sovrappeso per via delle medicine che prendono ma soprattutto per lo stile di vita che hanno, sedentario e che si svolge spesso entro le mura di casa, in queste condizioni l’attività fisica si rivela utile sia a livello fisico che a livello psicologico.

Mi accosto ad Antonio per parlargli e distrarlo e mi racconta che ha lavorato per 28 anni in una cooperativa sociale che si occupava di pulizie e che ora è in pensione: “Ho anche un figlio di 18 anni che non vedo più da tanto tempo e non capisco il perché”. Poi fa il gesto con la mano di volere passare le redini che guidano Bigio ad Anna ma lei si rifiuta, gli dice di continuare e i due procedono lenti. In effetti il passo dell’asino è particolare, procede tranquillo, evita sempre di trotterellare anche se, in salita, il suo passo può essere impegnativo per chi non è allenato. Quello che sorprende nel loro comportamento è l’assoluta tranquillità che hanno nei confronti dell’uomo: non è indifferenza ma un loro modo molto originale di tenere i rapporti con noi.

Onoterapia, ovvero la pet terapy con gli asini

“L’uomo ha con l’asino un rapporto ancestrale — sostiene Raffaele — forse precede quello con il cane. Lo ha sempre aiutato nelle attività lavorative e ora sta emergendo la sua importanza nella pet terapy”. Si chiama onoterapia l’uso dell’asino a scopi terapeutici ed è arrivato dopo l’utilizzo dei cani, dei gatti e dei cavalli ma presenta tutta una serie di vantaggi che gli altri animali da compagnia non hanno. “Ha un corpo possente — spiega Raffaele — si può abbracciare ed esserne riempiti, non è piccolo come un cane o un gatto ma ha lo stesso pelo morbido. Ha il grande vantaggio di essere tranquillo e non come il cavallo che è troppo reattivo, l’asino sta fermo, non scappa da te”. E a questo si aggiungono alcune particolarità fisiche che ispirano immediatamente una grande simpatia, delle lunghe orecchie e delle caratteristiche neoteniche, ovvero una testa e degli occhi grandi che lo fanno sembrare un cucciolo anche se invece non lo è più.

La biga trafugata di Monteleone

Finalmente la nostra compagnia arriva a Monteleone, un borgo medioevale a quasi 1000 metri di altitudine. Ad accoglierci la solita curiosità della gente e anche un esperto di storia locale che ci fa cicerone. Leghiamo i somari a delle ringhiere e facciamo un giro del paese. “Monteleone è un paese ricco di monumenti storici del periodo medioevale — ci racconta la nostra guida — purtroppo i recenti terremoti hanno compromesso molti edifici che sono chiusi. All’inizio del 1900 venne ritrovata una biga etrusca del IV secolo avanti Cristo in un buon stato di conservazione ma è stata trafugata”. Questa storia la conoscono tutti in paese ed è motivo di grande rammarico. Un trafficante di antichità riuscì a portarla negli Stati Uniti dove alla fine è approdata al Metropolitan Museum of Art di New York e figura tra le opere più famose. Un’occasione persa per Monteleone che a parte la pastorizia e il commercio di legname non ha un’economia locale sviluppata, fatto questo che porta allo spopolamento progressivo del comune. Una delle risorse su cui puntare sarebbe proprio il turismo di tipo alternativo. Il cammino di San Benedetto che stiamo seguendo potrebbe essere un’opportunità per questo e per tutti gli altri territori per cui passa, luoghi che hanno problemi comuni come lo spopolamento, la mancanza di attività economiche, la separazione fisica dal resto d’Italia per via delle scarse infrastrutture di collegamento. E di questo ce ne siamo accorti per esperienza diretta dato che per raggiungere la prima tappa abbiamo dovuto utilizzare prima il treno e poi l’autobus.

Si esce da Monteleone

Il cammino di San Benedetto, prende appunto il nome del monaco che nei primi decenni del 500 dopo Cristo fondò numerosi monasteri e scrisse la famosa Regola che prescriveva come doveva essere la vita nei conventi benedettini e le relazioni con l’esterno. È un percorso di 300 chilometri diviso in 16 tappe che parte dal sud dell’Umbria per arrivare al confine tra il Lazio e la Campania. L’ideazione del tragitto è recente e vuole proporre un turismo diverso da quello di massa che prevede ritmi frenetici, è una forma di turismo a passo d’asino, che ti permette di osservare il paesaggio e vivere le relazioni in un modo più significativo, oltre che a rivitalizzare territori che il presente pone ai margini, impoverendoli.

La valle che porta a Leonessa

Curiosamente dopo Monteleone la prossima tappa si chiama Leonessa e per arrivare dobbiamo percorrere un percorso in piano ma molto lungo. Sono stanco di tenere la briglia di Alfio e passo il testimone ad Alessio che con il padre ci accompagna come volontario in questo cammino. “Anch’io ho avuto i miei problemi con le sostanze — mi racconta — e sono finito in varie comunità. Abito in un paese nel marchigiano, una piccola comunità dove si conoscono tutti ed è difficile scrollarsi di dosso le etichette che ti affibbiano”. Ha da poco superato i trent’anni e vorrebbe incamminarsi verso una sua vita autonoma ma ancora non sa che direzione prendere. Dipinge quadri e ama i fumetti giapponesi, ne disegna anche ma guadagnarsi da vivere facendo questo non è facile soprattutto se il contesto sociale che ti circonda è piccolo.

Una barella per Antonio

Arriviamo all’imbrunire e solo al mattino ci rendiamo conto del panorama meraviglioso che circonda Leonessa, borgo posto ai piedi dei monti reatini. Una vecchia seggiovia a due posti, in quel momento ferma, risale su per una montagna ricoperta di boschi; alla cabina di partenza un cartello colorato segna le piste di discesa per le mountain bike.
Dopo aver caricato gli asini la compagnia riparte passando per il centro storico, un po’ medioevale e un po’ rinascimentale, del paese. Attraversiamo delle antiche strade strette, a volte con scalinate e ci accorgiamo che qui il terremoto ha colpito duramente dato che parecchi edifici storici e case private sono transennate. Due donne si avvicinano e chiedono informazioni su di noi e quando spetta a loro di rispondere alle nostre domande ci dicono che ufficialmente il paese ha 2400 abitanti ma che ora saranno rimaste una quarantina di famiglie e sono ancora pochi i negozi che hanno riaperto.

Mi avvicino a Michele che stamattina ha un passo stanco e pende tutto dal lato sinistro. Porta perennemente una bandana nera e bianca e alle spalle ha una lunga storia di tossicodipendenza: “Sto bene — fa lui — la mia vita di solito è molto sedentaria e ho delle difficoltà, ma è la seconda volta che ci vengo perché mi piace e se non ci fossero i somarelli mi mancherebbero molto, anche se non sai mai cosa passa per le loro teste”.

È la nostra ultima tappa ma sappiamo che è anche quella più faticosa visto che dovremo attraversare le montagne. Quando finalmente lasciamo la strada asfaltata e saliamo ripidi per la faggeta il passo dell’asino non si dimostra poi così lento ma anzi rimane costante e tenace anche nei punti di forte salita. In questa giornata che richiede uno sforzo fisico maggiore Raffaele è molto più indaffarato, ripercorre avanti e indietro la colonna, osserva uomini e animali, controlla che tutto vada bene. “Vedi? — mi dice mentre mi sta superando — gli asini non ci aiutano solo con i bagagli ma spezzano i rapporti che ci sono tra le persone, il rapporto operatore e utente qui salta, tre le persone si creano rapporti nuovi, anche per il semplice fatto di avere cura degli animali”.
Dopo un’ora e mezza di risalita capita l’unico incidente di percorso, Antonio cede, si appoggia su un alberello, successivamente si sdraia sul fogliame e non vuole più risalire. Quando esclama il suo “Quanto odio c’è nel mondo, ma perché?”, subito qualcuno sdrammatizza la situazione replicando con un “Quanto iodio c’è nel mondo, perché qui no?” giocando anche sul fatto che siamo quasi a quota 1400.

Raffaele decide di tagliare un paio di rami e di fabbricare una barella in stile film western da legare a un asino e dopo qualche difficoltà Antonio riparte su una strusciante lettiga blu trainata da Bigio.

Alla fine raggiungiamo il passo che si apre in un’ampia prateria circondata da faggi dal colore giallo arancione. È fatta, ci rimane solo la discesa verso la nostra meta finale, Poggiobustone, ma ci prendiamo una pausa facendo una lunga sosta per mangiare.

Gli asini legati ai rami brucano il prato e gli arbusti e il discorso comincia ad andare su di loro; ognuno racconta quello che sa sugli asini e il quadro che ne emerge è molto variegato. Da un lato l’asino è simbolo di umiltà, pazienza; un somarello presenzia alla nascita di Gesù, accompagna la sacra famiglia in fuga da Betlemme e infine è sopra la groppa di un asinello che Gesù fa il suo ingresso a Gerusalemme. Dall’altro lato “somaro” è l’appellativo che si dà quando si vuol offendere qualcuno, una realtà che probabilmente deriva dalle favole della Grecia antica, infatti nelle storie di Esopo e di Fedro l’asino rappresenta la stupidità mentre nel romanzo dello scrittore latino Apuleio (L’asino d’oro) la metamorfosi del protagonista nell’animale significa la degradazione dell’uomo che punta solo alla sensualità e alla carnalità. Antonio, oramai di nuovo in in piedi ricorda prontamente che anche Pinocchio di Carlo Collodi diventa un ciuchino quando decide di non andare più a scuola e va a vivere nel paese dei balocchi. Quando poi Camillo decide di sdraiarsi sul prato con la disapprovazione di Raffaele viene citata anche l’immagine finale del film di Robert Bresson — “Au hasard Balthazar” — dove l’asino Baldassarre colpito da un proiettile muore dissanguato su un prato in mezzo alle pecore, dopo aver passato l’intera sua vita nelle mani brutali dell’umanità.

Per gli Ittiti l’asino era un animale regale e credevano che guardando tra le sue orecchie si potesse percepire il mondo soprannaturale. Mi avvicino ad Alfio, gli sbircio tra le orecchie e il quadro che mi si presenta sono i miei compagni di viaggio coricati sull’erba che stanno sorridendo per qualche cosa.

Come vedi le mie mani non tremano più

Di sera a Poggio Bustone

Ripartiamo per percorrere l’ultimo pezzo di cammino che abbiamo però sottovalutato nella sua lunghezza: quando arriviamo a Poggiobustone è oramai buio. Il paese si affaccia su una pianura molto abitata dove si vedono le luci di Rieti; percorriamo lenti le stradine ripide ma giunti a destinazione abbiamo dei problemi con i nostri somari perché non troviamo un posto adatto dove metterli per la notte; una volta che abbiamo trovato la soluzione andiamo in albergo dove ci prepariamo per la cena, la fase che conclude ogni giorno di cammino, un momento che abbiamo imparato ad amare. “È questo il momento che mi piace di più — conferma Michele — quando si mangia tutti riuniti, dopo una faticaccia è un momento impagabile”.

Ce l’abbiamo fatta e tutti assieme, nonostante le varie difficoltà personali, domani ci saluteremo e, a gruppi, ognuno riprenderà la sua strada. Ma la notte non è ancora finita, andiamo a salutare i somari che stanno riposando in un giardino pubblico chiamato “I giardini di marzo”, perché Poggio Bustone è il paese dove è nato il famoso cantautore Lucio Battisti, così una volta là facciamo partire la canzone sul cellulare e, attorno alla statua del cantante che lo ritrae seduto con la chitarra e l’immancabile foulard al collo, cominciamo a cantare “Che anno è, che giorno è, questo è il tempo di vivere con te, le mie mani come vedi non tremano più…”.

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