Moltiplichiamo le O a Gattatico

testo, foto e video di Giada Magnani e Nicola Rabbi

I centri sociali per anziani stanno cambiando: non si occupano più solo di persone di una certa età ma sempre più si aprono a nuovi temi, quelli che riguardano i migranti, il confronto tra le generazioni, le nuove povertà, l’inclusione, in generale, delle persone svantaggiate. Su questi presupposti ha preso il via Moltiplichiamo le ‘O’ ovvero Orientamento, Organizzazione, Occupabilità e Orticultura, i punti cardinali per condivisione e solidarietà”, un progetto finanziato dalla Regione Emilia Romagna e che ha come capofila il Coordinamento regionale di Ancescao. La coltivazione degli orti ha un posto particolare in questo progetto, dato che è uno degli strumenti usati per dare risposta al disagio e per creare nuove relazioni sociali tra anziani e giovani, tra cittadini in difficoltà e cittadini che fanno volontariato.

Una realtà sociale unita
Gattatico è un comune di circa 6000 abitanti situato nella provincia di Reggio Emilia; Gattatico però è solo una frazione di una serie di centri abitati, tra cui Praticello dove fin dal 1870 ha sede il comune. Questa realtà dispersa geograficamente ha però la qualità di essere abitata da una comunità molto coesa e attiva, come dimostra il modo variegato e intrecciato in cui qui si è sviluppato il progetto Moltiplichiamo le O. “Questa ricchezza sociale ci ha permesso di essere scelti per far parte di questo progetto — spiega Carlo De Pietri, presidente della ‘Compagnia dal Reviot’ (ovvero il pisello, nel dialetto locale) aderente ad Ancescao e coordinatore locale — Per prima cosa abbiamo capovolto quello che è di solito l’ordine di assegnazione degli orti che mette al primo posto gli anziani e poi i pensionati; noi abbiamo dato infatti la priorità alle persone con difficoltà di vario genere”. Tra queste le famiglie di migranti che qui si attestano attorno al 10% della popolazione (dato non alto nel contesto emiliano), ma anche gli italiani che hanno perso il lavoro dopo la crisi economica.

E proprio per dare una risposta a questo fenomeno che ha attanagliato l’Italia dal 2010 in poi, è stato creato a Gattatico il “Tavolo crisi” nel 2012. “Il tavolo crisi è espressione dell’Unione Val D’Enza di cui fa parte anche il nostro comune — racconta Chiara Tarana, responsabile del servizio sociale di Gattatico — ed è formato da varie persone che hanno iniziato a incontrarsi su stimolo del servizio, persone che comunque erano già attive sul territorio come volontari. Un tavolo di pensiero per ragionare sui bisogni del territorio in un periodo di crisi economica, formato in gran parte da associazioni, desiderose di mettere a disposizione le loro risorse, capacità e relazioni anche sul tema sociale del disagio”.

E i risultati non si sono fatti attendere come dimostra la storia di P. che aveva perso il suo lavoro di commessa in un negozio per l’alta moda. Disperata si era rivolta ai servizi sociali che l’hanno indirizzata verso un’attività di volontariato di assistenza; poco alla volta, trovando il nuovo lavoro interessante, ha fatto un corso per avere un titolo e alla fine si è ritrovata con una professione.

APPerò e il laboratorio “Mani creative”
C’erano molte famiglie nuove, non solo straniere, ma anche immigrate dal sud Italia che si trovavano in situazioni difficili. Il contesto sociale di Gattatico è molto coeso e la mancata inclusione di questi nuovi residenti ha mosso le coscienze di numerose persone che hanno sostenuto, in coordinamento con i servizi sociali, una serie di iniziative come “APPerò”. “Questa esperienza è nata da un’idea dei servizi sociali per i minori dell’Unione — spiega la Tarana — ma poi si è sviluppata in maniera territoriale, tra le persone, associazioni e volontari del territorio”. Si tratta di un servizio per adolescenti con gravi problemi famigliari che mira di evitare la loro istituzionalizzazione. In questo appartamento, situato in un condominio solidale dove vivono varie famiglie che si danno reciproco sostegno, i giovani pranzano e passano i pomeriggi facendo i compiti e altre attività.
In questo intreccio di iniziative per l’inclusione sociale si colloca il laboratorio di “Mani creative”, un gruppo di cucito che si riunisce ogni mercoledì mattina. “È un gruppo che fa cucito precisa — Fernanda Leonizzi volontaria — ripariamo per diverse persone i capi di abbigliamento che ci portano da aggiustare e facciamo questa attività con ragazze che ci ha segnalato il servizio sociale. Adesso abbiamo 2 ragazze del paese, ieri abbiamo accolto 3 ragazze down, ci sono signore con problemi psichiatrici e sociali. Con noi lavorano persone anziane che hanno solo bisogno di stare in compagnia; sono risorse perché sono capaci a fare di tutto e scambiano idee”.

Gli orti come risorsa sociale
Il terreno che ospita gli orti non è di proprietà del comune ma di un privato cittadino che ha concesso a titolo gratuito delle terre che lui non coltivava. Il proprietario fa agricoltura biodinamica e fornisce così anche le sementi che assicurano dei prodotti sani: “Il proprietario del terreno fa biodinamica (steineriana) — spiega Carlo Carobbi, volontario negli orti — e giustamente pretende che, mettendoci a disposizione il terreno, i nostri prodotti abbiano certi requisiti”.
Il criterio di assegnazione degli orti prevede che i 2/3 siano dati a persone in difficoltà economiche a cui si sono aggiunti ragazzi con disabilità, persone che erano dipendenti dalle slot machine e anche i migranti: “Il fatto che potessero distogliere l’attenzione e trovare un ambiente positivo dove trascorrere del tempo in attività che li impegnassero, significava allontanarli dalle loro difficoltà”, dice Carlo Carobbi.
Il progetto “Moltiplichiamo le O” si è trovato così a finanziare tutte queste diverse azioni per l’inclusione sociale che vanno considerate come un insieme, una rete di persone e attività che si rinforzano l’una con l’altra, e che funziona.

Ragazzi in terra straniera
A Ponte Enza una frazione di Gattatico, ci sono sedici profughi che frequentano il centro giovani. Inizialmente li andavano a prelevare una volta a settimana, per portarli negli orti. Poi però i volontari si accorsero che dietro la casa dove erano ospitati c’era un appezzamento di terreno. Fornirono loro i consigli e l’attrezzatura giusti per avviare un orto e potersi rendere autonomi, anche grazie a un vicino di casa che diede loro una mano. “I ragazzi provengono da Nigeria, Gambia e Ghana e hanno dai 10 ai 22 anni. Per me sono ragazzi bravissimi, perché nell’orto si impegnavano in maniera impressionante — spiega Carlo — Un giorno sono arrivato a casa loro mentre pranzavano, erano tutti seduti a terra in cerchio, a mangiare con le mani da un tegame nel mezzo. Quando mi hanno visto, volevano a tutti i costi che mi unissi per pranzo. E questo m’ha colpito davvero, perché avevano a malapena il cibo sufficiente per loro!”

La storia di M.
M. era un signore di 57 anni che si rivolse all’Ancescao a seguito della perdita del lavoro. Inizialmente escluso e titubante, pian piano trasformò se stesso, la propria vita e l’Associazione mettendosi a disposizione di altre persone. M. aveva un’attività propria di design cartoonistico, ma venne presto colpito dalla crisi anche per l’avvento delle stampanti 3d. Grazie alla spiccata vena artistica, una volta entrato nell’Ancescao mise in piedi l’Officina delle arti, un progetto che inizialmente raccoglieva gli artisti sconosciuti, ma che in seguito divenne uno spazio per adulti con problemi psichici, organizzato insieme al Centro di Salute Mentale. Si tratta di un laboratorio in cui si realizzano fumetti. M. era molto empatico e riusciva a entrare in relazione con i suoi allievi: per loro è stato un vero e proprio toccasana, tanto che allestirono diverse mostre.
Ma oltre a offrire tanto, M. ricevette altrettanto dall’Ancescao e la sua vita si trasformò pian piano. “È questo quello che succede entrando a far parte dell’Ancescao — spiega Carlo de Pietri — si viene come ‘adottati’ dalla comunità. Ci sono persone che si prendono cura di te nel quotidiano, le stesse persone del paese, che danno accoglienza e che fanno sentire bene”. Si coltivano anche le storie insomma, che necessitano di piccoli gesti e del contributo di tanti per germogliare e dare frutto.

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Nicola Rabbi

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