Moltiplichiamo le O a Bentivoglio

Un laboratorio di cucito e un corso di lingua per unire migranti e italiani

Apt Emilia Romagna

testo, foto e video di Giada Magnani e Nicola Rabbi

I centri sociali per anziani stanno cambiando: non si occupano più solo di persone di una certa età ma sempre più si aprono a nuovi temi, quelli che riguardano i migranti, il confronto tra le generazioni, le nuove povertà, l’inclusione, in generale, delle persone svantaggiate. Su questi presupposti ha preso il via ovvero Orientamento, Organizzazione, Occupabilità e Orticultura, i punti cardinali per condivisione e solidarietà”, un progetto finanziato dalla Regione Emilia Romagna e che ha come capofila il Coordinamento regionale di . La coltivazione degli orti ha un posto particolare in questo progetto, dato che è uno degli strumenti usati per dare risposta al disagio e per creare nuove relazioni sociali tra anziani e giovani, tra cittadini in difficoltà e cittadini che fanno volontariato.

Il Mulino, dove si vive e si fa solidarietà
Il di Bentivoglio ha ben 600 soci alcuni dei quali provengono dal Marocco e dalla Tunisia e porta avanti numerosi progetti sul territorio che hanno come fine comune l’inclusione sociale. “È un centro solidale — afferma Gianfranco Montanari, presidente de Il Mulino — che vive di solidarietà e fa della solidarietà”.

Il tema dei migranti anche in questa parte della provincia di Bologna è sentito dato che circa l’8% della popolazione è costituita da stranieri (una percentuale però decisamente più bassa rispetto al capoluogo o ad altri centri dove supera il 15%). “Quando abbiamo saputo da Ancescao dell’Emilia Romagna che era possibile partecipare a un progetto che permetteva di fare percorsi con gli stranieri, abbiamo colto la palla al balzo”. Chi parla è Marinella Ghelfi coordinatrice locale del progetto “Moltiplichiamo le O” e che fa anche parte del Comitato di gestione del Centro sociale. L’esperienza de Il Mulino non si caratterizza per la presenza di un orto condiviso ma per il laboratorio di cucito rivolto alle donne straniere e per il corso di lingua italiana realizzato con i richiedenti asilo politico: “Del resto un orto è anche un simbolo — spiega la Ghelfi — significa anche un coltivare le menti, le abilità, le conoscenze, così sono i nostri laboratori”.

Fare mediazione culturale in un palazzo in stile liberty
Il corso di lingua e il laboratorio di cucito si tengono a Palazzo Rosso, una bella costruzione in stile liberty che sorge accanto al canale Navile; qui ha sede anche la biblioteca e si riunisce il consiglio comunale di Bentivoglio. Oltre all’amministrazione comunale che offre gratuitamente i propri locali e alcuni servizi (come la fotocopiatrice) un altro attore in gioco è la cooperativa sociale che lavora all’interno del CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria). Il CAS dista circa 5 km dal paese e ospita dai 20 ai 25 politico. “Sono ragazzi particolarmente fragili che potrebbero fare parte del nostro futuro”, spiega Suor Teresa, appartenente alla comunità Discepoli del Signore e insegnante specializzata di italiano per stranieri che segue assieme a un altro insegnante della cooperativa Lai Momo un gruppo di richiedenti. “I cittadini autoctoni vedono girare per il paese i ragazzi e questo può creare situazioni di tensione — afferma suor Teresa — noi cerchiamo di insegnarli la lingua per comunicare, per farli interagire con gli italiani, dando loro anche dei momenti di scambio”. I momenti di scambio sono alcune feste del paese come quella dei sapori — dove cucinano i loro piatti tradizionali — la marcia della pace e la festa dei neo diciottenni: è proprio in questi momenti che avvengono quelle relazioni, quegli scambi di parole che spesso mancano tra italiani e migranti e a volte da queste semplici chiacchierate possono nascere nuove relazioni.
Attualmente frequentano il corso una ventina di ragazzi che provengono soprattutto dal Bangladesh, dal Mali, Burkina Faso, Sierra Leone e Costa d’Avorio. Si incontrano una volta alla settimana per due ore; la classe è poco omogenea e questo può creare delle difficoltà nell’insegnamento. “C’è chi è completamente analfabeta, invece altri hanno un titolo di studio — racconta Sergio Persiani volontario al corso di lingua italiana — hanno anche una cultura molto differente tra di loro e una lingua madre diversa”.
È necessario quindi porre la massima attenzione alla sensibilità, le esigenze e la cultura di ciascuno. Oltre a insegnare loro la lingua, bisogna fare un grande lavoro di mediazione. “Questi ragazzi del corso di lingua sono soprattutto interessati alla ricerca di un lavoro, è questa la motivazione che li spinge a studiare — spiega Sergio Persiani — tuttavia qualunque straniero in Italia, soprattutto se più giovane, può faticare a integrarsi se ci si limita a imporre la nostra cultura italiana come unico punto di vista. Il Natale, per esempio, non sanno cosa sia. È giusto quindi spiegarglielo, ma va cercato un confronto con la loro cultura”.

Importante è quindi il ruolo di mediatori culturali. Angela Bortolotti, mediatrice culturale di Lai Momo e responsabile del corso di cucito spiega: “Il ruolo di un mediatore è quello di gettare ponti, spiegare a entrambe le parti le diversità culturali. Per molti musulmani è difficile da comprendere il voto di castità dei religiosi, mentre spesso gli italiani non si spiegano il digiuno e i sacrifici del Ramadan. Un bravo mediatore mette a contatto questi due mondi, dando un significato alle pratiche svolte dalle due culture. Far ragionare sui ‘perché’ di certe pratiche, fa capire che alla base ci sono valori comuni e il lato più spirituale dell’essere umano”.

Le donne migranti a rischio di isolamento

Dal 2001 le amministrazioni comunali di Pianura Est hanno creato uno , punto di riferimento non solo per stranieri, ma anche autoctoni che sono sposati o lavorano con essi. Spesso le donne straniere chiedevano luoghi di aggregazione a loro dedicati, ed è stato necessario rispondere a questa esigenza, di qui l’idea di un corso di cucito. A Bentivoglio la migrazione, già storicizzata sul territorio, è prevalentemente araba. Si tratta di donne di provenienza rurale, che spesso faticano a confrontarsi con una presenza maschile e che nella loro tradizione sono abituate a confezionarsi abiti da sole. Il corso di cucito per donne è aperto a donne straniere e italiane e ha diverse potenzialità.

Prima di tutto offre alle donne uno spazio confortevole e femminile. Permette loro di esprimere un’abilità che spesso avevano già nel paese d’origine, riprendendola e perfezionandola. Si utilizzano scampoli o materiale di riciclo donati da altri; se serve qualcosa in particolare, tipo cerniere, il centro sociale mette a disposizione piccole cifre per acquistarlo. In secondo luogo il corso favorisce la socialità e l’integrazione di queste donne. “Spesso nei nostri corsi si succedono diverse gravidanze, che posso portare malessere e isolamento. Grazie al corso, si offre loro un aggancio, un accompagnamento e l’idea di far parte di un gruppo. In questo aiuta anche il gruppo WhatsApp, uno stimolo per tenersi in contatto, scrivere in italiano o sforzarsi di registrare messaggi in italiano. L’insegnante del corso è marocchina ma è affiancata da una volontaria italiana; c’è quindi un confronto con italiane o con donne di altre nazionalità”.

Se il benessere è per tutti
In terzo luogo il corso è di grande beneficio per gli stessi bambini, abituati a stare solo con la madre nei primi tre anni di vita. Qui hanno modo di interagire con altri bambini, in una stanza separata, dove una volontaria si occupa di farli giocare e si pone come figura “altra” rispetto a quella materna. Quando in futuro andranno all’asilo, questi bambini saranno già abituati a stare in una comunità di pari e ne beneficeranno nell’inserimento alla scuola materna.

Infine il corso è uno strumento di riscatto per la donna, che acquisisce una competenza importante per sé, la sua famiglia e che può essere utilizzata anche per le amiche o i vicini di casa. “I prezzi del mercato sono attualmente molto alti, perché stiamo perdendo la manodopera. Grazie a questo corso le donne non sono ridotte a fare esclusivamente da mogli e mamme, ma tornano a cucire, acquisendo un’abilità utile a tanti e magari l’idea di poter utilizzare una macchina da cucire”. Questo consente loro di emanciparsi ulteriormente, all’interno della stessa famiglia: ogni volta che vanno a fare la spesa con il marito, per esempio, risparmiano i soldi in vista dell’acquisto futuro di una macchina da cucire, autodeterminandosi e inseguendo un sogno personale.

journalist expert in social issues http://nicolarabbi.wordpress.com http://www.bandieragialla.it http://www.aifo.it http://www.accaparlante.it