Non porgere l’altra guancia”

“La mia storia comincia anni fa, proprio nel periodo delle scuole medie con alcuni miei coetanei. Avevo un’amica di 12 anni, lei mi ripeteva sempre che ero una bambina e che per diventare grande dovevo iniziare a fumare e fare un po’ più la ‘zoccola’. Proprio lei mi ha presentato il primo ragazzino che ha iniziato a toccarmi, poi il secondo e così via. All’inizio non capivo, poi ho realizzato che mi stavano usando! Come succede in un piccolo quartiere le “voci corrono” e tra i ragazzi della scuola media si era sparsa la voce! Hanno iniziato a prendermi in giro ad insultarmi chiamandomi “puttana”, “troia”… e scrivendolo sui muri e mi sputavano addosso quando passavo vicino a loro. Gli insegnanti non sono stati in grado di capire la gravità della situazione. In classe ero messa da parte visto che ero sorda. Ora sono qui a raccontarvi la mia storia senza più vergogna, consapevole che sono stata una vittima, ma ora non lo sono più!”.

E’ risaputo che essere donna e avere una disabilità significa aggiungere a una situazione di svantaggio un’altra, se poi passiamo al tema della violenza alle donne, ecco allora che si apre un campo difficile da indagare, perché invisibile e complesso a causa della particolare condizione in cui si trova a vivere una donna con disabilità.
Invisibile perché non si parla mai di questa tema se non in termini scandalistici e pruriginosi. I mass media raccontano con particolari le storie di ragazzine con la sindrome di down violentate dal branco, oppure del padre che si trasforma nell’uomo nero abusando della figlia con disabilità.
In realtà queste storie sono solo un aspetto di questo problema che è molto più complesso; questa narrazione ha poi il difetto di terminare subito lì, con la punizione del colpevole, non interrogandosi mai su altri aspetti: che fine farà quella ragazza? Come potrà essere aiutata dai servizi sociali? Esistono centri anti-violenza adatti per persone come lei? Che tipo di clima culturale permette questi fatti?

La violenza non è solo sessuale

Quando si parla di violenza non ci si può riferire solo alla violenza di tipo sessuale. La violenza verso le donne con disabilità si declina anche in un altro modo. Vi è la violenza economica che viene fatta dal genitore o dal famigliare che s’intasca i soldi della persona svantaggiata, magari con motivazioni che lui stesso ritiene legittime (”Non è in grado di capire il valore del denaro”). Vi è la violenza fisica nell’accudimento. Come dice Simona Lancioni componente del Coordinamento Gruppo donne Uildm: “Esiste una violenza all’interno del rapporto tra la persona con disabilità e chi gli presta assistenza… va segnalata la particolare fragilità delle persone disabili (in maggioranza donne) ricoverate in strutture residenziali dove la violenza è favorita dal potere che ha chi gestisce la struttura”. E’ anche vero che i tipi di violenza di cui stiamo parlando possono riguardare anche i maschi disabili ma le donne sono sicuramente più esposte al rischio. Ed è anche vero che possono essere altre donne a esercitare una qualche forma di violenza verso chi accudiscono.

C’è ad ogni modo un tipo di violenza che riguarda propriamente la donna disabile e che ha a che fare con la sua sessualità, con il suo corpo. “La sessualità non è il sesso — afferma Valeria Alpi, giornalista del Centro Documentazione Handicap di Bologna — sessualità è comunicazione, è la parte di se stessi che si decide di comunicare agli altri”. Non permettere alla propria figlia di vestirsi da donna, di truccarsi ad esempio può essere definito come un atto di violenza psicologico. Si può dire che la negazione dell’autonomia è una violenza psicologica, coperta magari con la scusante della protezione, che scatta soprattutto quando parliamo di donne con disabilità.

Abusate e invisibili

Si pensa che solo il 10% delle donne che hanno subito una qualche forma di abuso denunci quello che le è accaduto. Nel caso delle donne con disabilità la denuncia diventa ancora più difficile. Prendiamo come esempio le donne con qualche deficit sensoriale: una donna non vedente come potrà riconoscere il suo aggressore? Oppure una donna non udente come potrà comunicare con la polizia o un centro anti-violenza (o un ospedale) se riesce a comunicare solo con la lingua dei segni? Per non parlare delle donne con un deficit intellettivo che possono essere maggiormente manipolate e dove è ancora più difficile capire quando finisce il consenso e quando inizia l’abuso.

I dati dicono che il 36,6% delle persone disabili (maschi e femmine) in Italia ha subito nel 2014 una qualche forma di violenza. Gli esperti affermano che le donne disabili sono esposte più del doppio al rischio di abuso rispetto alle donne normodotate.

Anche culturalmente è difficile accettare questi dati. Il gruppo donne UILDM raccoglie sistematicamente i casi di denuncia e rivela, sempre attraverso le parole di Simona Lancioni che: “Non si accetta l’idea che ci sia un desiderio sessuale verso le donne disabili. Si pensa che la violenza possa riguardare solo le donne rispondenti a certi canoni estetici. In realtà la violenza è un comportamento finalizzato alla sopraffazione che si esercita più facilmente nei confronti di chi è debole”. Le donne con disabilità per via del rapporto che hanno con il proprio corpo e per il clima culturale predominante sono vittime più facili e a volte nemmeno consapevoli di quello che sta loro accadendo.

Chi affronta il problema

Sono numerosi e ben collegati tra di loro i gruppi che si occupano del tema.
All’interno dell’associazione Differenza Donna che gestisce una serie di centri anti-violenza a Roma e provincia, il tema è stato affrontato creando uno sportello dedicato a questo tipo di violenza (Progetto Aurora ). Dice Rosalba Taddeini coordinatrice dell’associazione: “Nei nostri centri su 2000 donne che abbiamo incontrato ben il 2,5 è disabile, una percentuale non esigua. Spesso i centri anti-violenza non sono pensati per loro. Ad esempio manca un interprete della lingua dei segni o, più banalmente, ci sono barriere architettoniche se una persona è in carrozzina”.

Il tema dei servizi sociali e sanitari è ricorrente in questo dibattito perché se non c’è un personale formato professionalmente e delle strutture adatte, le donne vittime non possono uscire dalla loro situazione. Non è detto che la risposta per queste donne sia una casa rifugio ma potrebbe essere un altro tipo di struttura, occorre pensare a servizi diversi.

Anche Soccorso Rosa, un centro anti-violenza ospedaliero di Milano nato nel 2007 ha affrontato questo specifico tema. Secondo Nadia Muscialini, presidente dell’associazione: ”Quando le donne con certificazione di invalidità accedono ai servizi, può capitare che la problematica della violenza e dei maltrattamenti venga negata o posta in secondo piano”.
La Rete delle donne AntiViolenza (RAV), nata a Perugia nel 2009, collega direttamente la condizione delle donne con disabilità con quella che hanno le donne con un certo tipo di diversità.

La RAV ha raccolto varie storie di donne con disabilità che subiscono violenza e, in base alla sua esperienza, ha provato a raggrupparle in tre categorie. Vi sono le donne adulte con disabilità congenita o acquisita che all’interno della loro famiglia subiscono oltraggi. Si passa poi alle preadolescenti o adolescenti che vengono circuite da coetanei o adulti a fini di scherno o di violenza maggiore. Per arrivare infine alla donne adulte, madri di figli con disabilità. Afferma Paola Palazzolo membro della Rete: “Spesso subiscono atteggiamenti di violenza da parte del proprio partner come punizione per una maternità ‘imperfetta’, secondo una mentalità ancora corrente. Drammatica la continua denigrazione e spesso l’abbandono che subiscono, rimanendo sole con i propri figli e figlie”.

La storia di K.

K. è una signora di 39 anni con un deficit cognitivo fin dalla nascita. Abita da sola con il marito, anche lui seguito dai servizi sociali. Ha una discreta autonomia nel quotidiano ed è anche malata di diabete. La scoperta del suo caso inizia proprio durante un ricovero ospedaliero dovuto a valori glicemici preoccupanti. Ci si accorge che peggiora regolarmente quando ritorna a casa mentre in ospedale i suoi valori ritornano normali. Un’infermiera scrupolosa nota dei lividi e delle cicatrici sulle braccia e viene a sapere di quello che succede quando è a casa da sola. Il marito la picchia, le spegne le sigarette sulle braccia e compra normalmente solo nutella e prodotti simili per farglieli mangiare nonostante la sua malattia. Ma non è facile intervenire per aiutarla: K. non è grado di fare una denuncia da sola, né può andare in una struttura protetta che non accettano cagnolini e lei senza il suo cane non potrebbe sopravvivere. Anche i servizi sociali territoriali che la seguono non capiscono la gravità del caso e le propongono, dopo un intervento sul marito, di ritornare a casa e di vivere con lui.

Le tre donne sorde di Haiti

La violenza contro le donne con disabilità può capitare anche per motivi culturali, soprattutto là dove la disabilità è vista ancora come una disgrazia voluta da Dio e portatrice di sfortuna.

E’ successo la scorsa estate ad Haiti. Tre donne non udenti avevano passato la giornata a Port-au-Prince, la capitale del paese centroamericano, per affari e per incontrare i loro parenti. Quando è stato il momento di tornare a casa, hanno preso la solita strada non sapendo che era interrotta all’altezza di un ponte. Non lo potevano sapere perché la notizia era stata data solo per radio e loro non sentivano. Quindi si sono attardate e, non riuscendo a tornare a casa prima del buio, si sono fermate da una parente in paesino lungo la strada. Durante la notte sono state torturate e uccise perché credute spiriti demoniaci. L’accoppiata disabilità = creatura malefica è presente in tutte le culture del pianeta. Questo fatto ha scatenato una campagna per i diritti civili ad Haiti che viene ironicamente definita un modello di “esclusione sociale” per i disabili.

I due workshop

Il primo workshop nazionale sulla violenza alle donne con disabilità, si è tenuto a Milano il 1° dicembre 2014, ed era intitolato “Donne con disabilità: inventare e gestire percorsi di uscita dalla violenza”. Il 28 novembre 2015, presso la sala del Consiglio Regionale di Perugia, si è svolto invece il secondo workshop, “Non porgere l’altra guancia”, due giorni di confronto e dibattito su violenza di genere e donne con disabilità. Il risultati di quanto è stato detto nel primo incontro sono stati raccolti nella rivista HP-Accaparlante (La vie en rose 2/2015), mentre per il secondo workshop è stato scritto un e-book intitolato “Non porgere l’altra guancia”. Le due pubblicazioni possono essere richieste alla casa editrice Quintadicopertina tramite e-mail a: abbonamenti@accaparlante.it.

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