Non porgere l’altra guancia”

Quando le donne vittime di violenza fisica, sessuale, psicologica sono anche persone con disabilità

“La mia storia comincia anni fa, proprio nel periodo delle scuole medie con alcuni miei coetanei. Avevo un’amica di 12 anni, lei mi ripeteva sempre che ero una bambina e che per diventare grande dovevo iniziare a fumare e fare un po’ più la ‘zoccola’. Proprio lei mi ha presentato il primo ragazzino che ha iniziato a toccarmi, poi il secondo e così via. All’inizio non capivo, poi ho realizzato che mi stavano usando! Come succede in un piccolo quartiere le “voci corrono” e tra i ragazzi della scuola media si era sparsa la voce! Hanno iniziato a prendermi in giro ad insultarmi chiamandomi “puttana”, “troia”… e scrivendolo sui muri e mi sputavano addosso quando passavo vicino a loro. Gli insegnanti non sono stati in grado di capire la gravità della situazione. In classe ero messa da parte visto che ero sorda. Ora sono qui a raccontarvi la mia storia senza più vergogna, consapevole che sono stata una vittima, ma ora non lo sono più!”.

La violenza non è solo sessuale

Quando si parla di violenza non ci si può riferire solo alla violenza di tipo sessuale. La violenza verso le donne con disabilità si declina anche in un altro modo. Vi è la violenza economica che viene fatta dal genitore o dal famigliare che s’intasca i soldi della persona svantaggiata, magari con motivazioni che lui stesso ritiene legittime (”Non è in grado di capire il valore del denaro”). Vi è la violenza fisica nell’accudimento. Come dice Simona Lancioni componente del Coordinamento Gruppo donne Uildm: “Esiste una violenza all’interno del rapporto tra la persona con disabilità e chi gli presta assistenza… va segnalata la particolare fragilità delle persone disabili (in maggioranza donne) ricoverate in strutture residenziali dove la violenza è favorita dal potere che ha chi gestisce la struttura”. E’ anche vero che i tipi di violenza di cui stiamo parlando possono riguardare anche i maschi disabili ma le donne sono sicuramente più esposte al rischio. Ed è anche vero che possono essere altre donne a esercitare una qualche forma di violenza verso chi accudiscono.

Abusate e invisibili

Si pensa che solo il 10% delle donne che hanno subito una qualche forma di abuso denunci quello che le è accaduto. Nel caso delle donne con disabilità la denuncia diventa ancora più difficile. Prendiamo come esempio le donne con qualche deficit sensoriale: una donna non vedente come potrà riconoscere il suo aggressore? Oppure una donna non udente come potrà comunicare con la polizia o un centro anti-violenza (o un ospedale) se riesce a comunicare solo con la lingua dei segni? Per non parlare delle donne con un deficit intellettivo che possono essere maggiormente manipolate e dove è ancora più difficile capire quando finisce il consenso e quando inizia l’abuso.

Chi affronta il problema

Sono numerosi e ben collegati tra di loro i gruppi che si occupano del tema.
All’interno dell’associazione Differenza Donna che gestisce una serie di centri anti-violenza a Roma e provincia, il tema è stato affrontato creando uno sportello dedicato a questo tipo di violenza (Progetto Aurora ). Dice Rosalba Taddeini coordinatrice dell’associazione: “Nei nostri centri su 2000 donne che abbiamo incontrato ben il 2,5 è disabile, una percentuale non esigua. Spesso i centri anti-violenza non sono pensati per loro. Ad esempio manca un interprete della lingua dei segni o, più banalmente, ci sono barriere architettoniche se una persona è in carrozzina”.

La storia di K.

K. è una signora di 39 anni con un deficit cognitivo fin dalla nascita. Abita da sola con il marito, anche lui seguito dai servizi sociali. Ha una discreta autonomia nel quotidiano ed è anche malata di diabete. La scoperta del suo caso inizia proprio durante un ricovero ospedaliero dovuto a valori glicemici preoccupanti. Ci si accorge che peggiora regolarmente quando ritorna a casa mentre in ospedale i suoi valori ritornano normali. Un’infermiera scrupolosa nota dei lividi e delle cicatrici sulle braccia e viene a sapere di quello che succede quando è a casa da sola. Il marito la picchia, le spegne le sigarette sulle braccia e compra normalmente solo nutella e prodotti simili per farglieli mangiare nonostante la sua malattia. Ma non è facile intervenire per aiutarla: K. non è grado di fare una denuncia da sola, né può andare in una struttura protetta che non accettano cagnolini e lei senza il suo cane non potrebbe sopravvivere. Anche i servizi sociali territoriali che la seguono non capiscono la gravità del caso e le propongono, dopo un intervento sul marito, di ritornare a casa e di vivere con lui.

Le tre donne sorde di Haiti

La violenza contro le donne con disabilità può capitare anche per motivi culturali, soprattutto là dove la disabilità è vista ancora come una disgrazia voluta da Dio e portatrice di sfortuna.

I due workshop

Il primo workshop nazionale sulla violenza alle donne con disabilità, si è tenuto a Milano il 1° dicembre 2014, ed era intitolato “Donne con disabilità: inventare e gestire percorsi di uscita dalla violenza”. Il 28 novembre 2015, presso la sala del Consiglio Regionale di Perugia, si è svolto invece il secondo workshop, “Non porgere l’altra guancia”, due giorni di confronto e dibattito su violenza di genere e donne con disabilità. Il risultati di quanto è stato detto nel primo incontro sono stati raccolti nella rivista HP-Accaparlante (La vie en rose 2/2015), mentre per il secondo workshop è stato scritto un e-book intitolato “Non porgere l’altra guancia”. Le due pubblicazioni possono essere richieste alla casa editrice Quintadicopertina tramite e-mail a: abbonamenti@accaparlante.it.

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