Ritorno alla terra … in città!

Sempre più persone in città coltivano orti, non tanto per risparmiare ma per avere prodotti più genuini e relazioni umani migliori

Una volta c’era la città e la campagna e quest’ultima aveva il compito di approvvigionare la prima fornendole verdure, carne, formaggi; in parte è così anche oggi, ma molte cose stanno cambiando. Come? Sempre più spesso i cittadini coltivano le verdure in città, utilizzando spazi resi disponibili dai comuni o i propri giardini o addirittura i balconi. E’ un movimento globale che non interessa solo l’Italia ma tutto il mondo, soprattutto quello più sviluppato; è stato calcolato che siano circa 800 milioni le persone che sono coinvolte nella coltivazione di un orto in città.
In Italia la si definisce agricoltura urbana anche se sui media passa con il nome di orti urbani.
Ma perché la gente li coltiva? I motivi sono diversi, quello economico, dato che permette di avere, soprattutto in questi tempi di crisi, degli ortaggi a un prezzo ridotto, ma anche per motivi di salute ed ecologici, poiché questo tipo di coltivazione è attento alla qualità del cibo e al consumo energetico. Poi coltivare la terra é bello e rilassante, e diventa un modo intelligente per occupare il proprio tempo libero; infine anche per un motivo terapeutico, per le persone che per un motivo o per un altro sono in difficoltà.

Secondo le stime della Coldiretti, fatte nel 2015, sono circa 21 milioni gli italiani che si dedicano alla coltivazione di un orto sia in campagna che in città. Per l’istituto di ricerca Nomisna nel 2012 erano invece 2,7 milioni gli italiani che si dedicavano alla coltivazione esclusiva degli orti urbani.
Se poi guardiamo alle motivazioni del perché lo fanno, sempre secondo la Coldiretti, il 25,6% degli intervistati era motivato dalla qualità e della sicurezza del cibo coltivato con le proprie mani, il 10% lo faceva per passione, perché, insomma, è bello avere un contatto diretto con la natura, solo il 4,8% era spinto da motivi economici.
In effetti il risparmio è enorme se si pensa che in un orto di 10 metri quadri si possono produrre 25 kg di verdura al costo di pochi centesimi (quello che si spende per i semi ed eventualmente l’acqua). Ma le motivazioni propendono più per la qualità di quello che si consuma; le verdure coltivate non sono conservate o refrigerate e vengono consumate subito. Sono prodotti stagionali, questo vuol dire seguire i ritmi della natura e non incidere sull’ambiente consumando prodotti che vengono dall’altra parte del mondo.
Un altro mito da sfatare è che questi coltivatori siano solo gli anziani e le casalinghe; una volta forse, adesso quest’attività coinvolge sempre più giovani e le persone che hanno un lavoro quotidiano. Anche gli immigrati coltivano gli orti urbani e, in questo caso, l’attività ha un ulteriore valore sociale, quello dell’inclusione, perché tra vicini di orti si chiacchiera.
Abbiamo toccato a questo punto un altro elemento fondamentale dell’agricoltura urbana, ovvero la sua capacità di creare relazioni sociali, di unire le persone attraverso lo scambio di semplici consigli su come coltivare un certo ortaggio ma anche attraverso azioni comuni di lotta, come il recupero e la cura di un certo territorio.

Questo tipo di agricoltura non si basa, lo abbiamo già visto, solo sul fattore economico ma ha anche un fine ecologico e sociale. Fare agricoltura civica significa produrre prodotti a km 0, significa usare fonti di energia rinnovabile, ridurre gli sprechi, i consumi, riciclare il più possibile.
Accanto al rispetto dell’ambiente, la sua funzione sociale invece si manifesta nel coinvolgimento delle persone, nella loro partecipazione attiva nella gestione degli spazi ma anche nella formazione e nell’educazione, nell’inclusione delle persone con fragilità come anziani soli, persone con disabilità e dipendenze.
La tipica espressione dell’agricoltura civica sono i Gas (Gruppi di acquisto solidali) che sono oramai diffusi su tutto il territorio nazionale, dove gruppi di persone acquistano prodotti biologici, magari fatti da cooperative sociali o coltivati in terreni sottratti alla criminalità organizzata.

La realizzazione di un orto urbano abbraccia varie tipologie. La più diffusa è rappresentata dalla concessione gratuita di un lotto di terreno comunale, quelli che una volta erano chiamati gli “orti degli anziani” ma che così non si possono più definire.
Quasi tutte le grandi città danno questa possibilità ai propri residenti. A Torino esiste il ToCC (Torino Città da Coltivare) che nel 2012 ha censito ben 400 orti distribuiti solo negli ex quartieri dormitorio degli operai. A Bologna, dove è molto stretta la collaborazione tra associazioni e Comune, è stato addirittura creato un portale on line in cui si può vedere la disponibilità di terreno da coltivare ed eventualmente farne richiesta. A Milano la grande diffusione degli orti ha portato a un progetto di mappatura nell’intera area metropolitana che è iniziato lo scorso aprile e che sarà realizzato da Italia Nostra.
Quando uno pensa al proprio condominio pensa immediatamente ai problemi e alle liti, ma esistono anche situazioni diverse che portano alla creazione di orti condominiali negli spazi verdi comuni, gestiti da più persone, dove le spese e i prodotti raccolti vengono suddivisi.
Per chi vuol proprio fare da solo invece può creare un orto sul balcone e, se non ha nemmeno quello, può attrezzarsi per un orto in verticale sfruttando l’altezza attraverso una serie di apposite tasche o vasi pensili, dentro i quali seminare fragoline, ortaggi, erbe aromatiche (e in questo caso si ha anche un effetto decorativo).

Bisogna essere cauti nel dare per scontato che l’orto fatto con le proprie mani produca cibi genuini e incontaminati. Il fatto stesso di essere in città significa essere in un luogo dove l’inquinamento dell’aria e dell’acqua è potenzialmente maggiore.
Recentemente Legambiente Emilia Romagna ha pubblicato un “Dossier pesticidi” da cui risulta che l’80% dei luoghi monitorati ne contiene parecchie di sostanze inquinanti, non solo nelle campagne ma anche negli orti urbani.
Famoso è il caso degli orti voluti da Michelle Obama nei giardini della Casa Bianca che sono stati eliminati perché si è scoperto che il terreno conteneva elevati livelli di piombo.
Ricercatori a Berlino hanno dimostrato che alcuni pomodori di città erano molto più inquinati di quelli che si potevano comprare nei supermercati.
Ecco che allora bisogna prendere alcune precauzioni. Gli esperti consigliano di informarsi sulla qualità del terreno dove si intende coltivare, magari facendoselo analizzare da un laboratorio. Se proprio il terreno è inquinato allora è meglio utilizzare delle vasche dove mettere del terriccio buono. Per quanto riguarda l’inquinamento dell’aria c’è poco da fare, se non essere dei cittadini sensibili e attivi politicamente.

Con questo termine s’intende la versione più politica degli orti urbani, che sono creati come atto di protesta non violento per riappropriarsi di spazi abbandonati in città. Alcune di queste azioni vengono svolte di notte, occupando e coltivando terreni, che si presentano la mattina dopo già in fase di trasformazione. Un esempio famoso di guerrilla gardening è stata l’occupazione, nel maggio del 1996, da parte di 500 attivisti di un terreno abbandonato di proprietà della Guinness; lo fecero come atto di denuncia per lo spreco di terra urbana.
Altre forme, meno estremistiche, cercano invece di coinvolgere la popolazione locale nella gestione di un certo spazio, ad esempio un parco abbandonato, e si propongono iniziative per rivitalizzarlo e preservarlo dal degrado. In questo caso rimane famosa l’azione fatta nel 1973 del gruppo “Green Guerrilla” di New York che recuperò un giardino privato fatiscente che ancora oggi è uno spazio ben tenuto: fu quella la prima volta che si usò il termine di guerrilla gardening.

Tra le case popolari del Pilastro, nel quartiere San Donato a Bologna, si estendono gli orti di via Salgari. Uno spazio verde dove coltivare piante e verdure genuine ma anche un luogo di incontro e di confronto, a volte anche di scontro, tra generazioni e culture differenti. Italiani, per lo più anziani, e stranieri lavorano fianco a fianco il proprio lotto di terra, fuoriuscendo dall’isolamento in cui spesso sono relegati. A pochi metri di distanza crescono menta palestinese e melanzane, cetrioli del Marocco e peperoni … E come accade alle piante, che riescono ad adeguarsi a terre straniere, gli ortolani di via Salgari si mischiano, con diffidenza e curiosità, mettono radici e imparano a convivere.
Su questa esperienza è stato fatto anche un documentario. Salvatore, Renzo, Liliana e gli ortolani anziani raccontano i tempi e gli impegni dettati dalla cura dell’orto e le reazioni dinanzi all’arrivo dei “nuovi immigrati” (prima di loro i meridionali). Alle loro voci si aggiungono quelle di Hend, Fatima, Lella, donne italiane e migranti dell’associazione Annassim ed esperte ortolane, alle prese con vicini d’orto diffidenti e corsi di cucina, protagoniste di un’esperienza “sostenibile” d’inclusione.
Per vedere il documentario. (sezione a cura di Rossella Vigneri)

Come sempre accade, quando qualcosa di socialmente utile nato in un ambito strettamente no profit comincia ad avere successo, allora anche le aziende cominciano a interessarsi del prodotto o del servizio. Vuoi per motivi di responsabilità sociale vuoi perché tanta partecipazione significa anche nuovi possibili clienti, cominciano a svilupparsi vari esempi di come gli orti urbani possono contribuire alla mission aziendale.
In Germania, a Berlino, la catena di supermercati Metro ha introdotto tra i suoi scaffali delle serre a coltivazione idroponica di insalata ed erbe aromatiche e officinali; si tratta di piccole fattorie verticali dove i clienti possono acquistare un prodotto che viene coltivato sul posto con criteri salutari, andando incontro al loro desiderio di minor impatto ambientale e genuinità dei prodotti.
Accor è una grande azienda, sorta in Francia, che gestisce ristoranti e alberghi in tutto il mondo, la dirigenza ha deciso che entro il 2020 saranno creati 1000 orti urbani all’interno delle sue strutture per avere verdure fresche di stagione, con minore spreco di cibo e un minor impatto ambientale per via del fatto che sono prodotti a km 0. Ma c’è di più, la dirigenza ha anche deciso di ridurre le pietanze possibili da 40 a 15 perché non intendono più proporre piatti cucinati con ortaggi fuori stagione o che crescono solo all’estero.

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