“sBullonati!”, un’azione per prevenire il bullismo tra i minori

“sBullonati!”, no, non ci sono refusi, si scrive proprio così il titolo del progetto “mirato a mettere in luce e prevenire le problematiche del cyberbullismo, in un percorso di cittadinanza digitale”, realizzato dalle associazioni Dryart, BandieraGialla e Mosaico di Solidarietà in coprogettazione con il Multitasking Informagiovani / Area Istruzione, educazione e nuove generazioni del Comune di Bologna.
La stessa grafia adottata dal titolo, se da una parte sottolinea la volontà di far venire alla luce i comportamenti da bulli senza volere stigmatizzare i ragazzi, dall’altra ben si adatta a quel che è stato il progetto, un percorso articolato e molto vario — anche nelle metodologie adottate — visto che ha coinvolto ben 185 ragazzi di età, situazioni sociali ed economiche molto diverse tra loro.

Diamo i numeri
“sBullonati” ha visto la partecipazione di 7 scuole di ordine e grado differente (il liceo scientifico Copernico, l’istituto d’istruzione superiore Crescenzi Pacinotti Sirani, la scuola secondaria di primo grado Leonardo Da Vinci, la scuola secondaria di primo grado Rolandino de’ Passaggeri), il gruppo socio-educativo Trasform’azioni del quartiere Porto-Saragozza e due gruppi di ragazzi dell’area penale interna ed esterna del Centro di Giustizia Minorile di Bologna. 185 ragazzi, dicevamo, 73 femmine e 113 maschi, di cui 75 avevano un’età compresa fra gli 11 e 14 anni e 110 con un’età tra i 15 e i 22 anni.

Un piano di lavoro sempre fluttuante
Il piano di lavoro prevedeva 6 incontri per ogni classe con la compresenza di almeno due formatori. I primi due incontri dovevano fornire un quadro culturale ampio in cui si fornivano nozioni sull’uso consapevole di internet e sul fenomeno del bullismo e cyberbullismo, individuando i personaggi tipici che caratterizzano questo fenomeno (il bullo, la vittima, gli astanti, i difensori…).

I due incontri successivi invece vedevano coinvolti più direttamente i ragazzi attraverso la visione di video che parlavano di bullismo. In questi momenti si chiedeva ai partecipanti di immedesimarsi nelle figure del bullo o della vittima attraverso l’uso di strumenti differenti, dagli articoli dei giornali alla lettura di un testo di narrativa.
Gli incontri finali invece prevedevano un addestramento sull’uso del mezzo radiofonico, sia dal punto di vista tecnico (il microfono, il mixer, la registrazione) che di quello del contenuto. Infatti ogni classe terminava il suo lavoro con la realizzazione di un podcast, una trasmissione radio registrata in classe che diventava il momento in cui tutto quanto si era appreso ed elaborato nel percorso diventava fruibile anche all’esterno.
Se questo era il nostro piano poi, nella varie realtà che abbiano incontrato, il nostro procedere è stato molto diversificato. Nelle scuole medie inferiori si è visto più efficace l’uso degli articoli dei giornali per far discutere i ragazzi, mentre nelle superiori il mezzo letterario ha funzionato meglio, visto che la nostra richiesta di scrivere, a partire di un testo già dato, una nuova storia, anche con epiloghi diversi, era un compito possibile solo per ragazzi con una certa maturità. Ma il cambio di programma più profondo l’abbiamo avuto quando abbiamo lavorato con realtà extra scolastiche e cioè con il gruppo educativo e i ragazzi dell’area penale interna e esterna del carcere minorile del Pratello. Qui abbiamo dovuto utilizzare tecniche di coinvolgimento diverse, come l’uso di cartelloni con parole chiave, le auto interviste, l’utilizzo di canzoni che loro stessi sceglievano… abbiamo dovuto addirittura cambiare il tema per poterne parlare. Così per discutere di bullismo abbiamo dovuto passare per la discussione di altri temi come quello del pregiudizio, della diversità, della violenza, dell’amicizia. Questo ha portato a dei podcast finali veramente differenti l’uno dall’altro.

Le risposte dei ragazzi
Questi incontri in contesti così diversi hanno permesso anche agli stessi formatori di toccare con mano la diversità e la complessità della nostra società (pur così ricca e privilegiata come è quella emiliana). I ragazzi che frequentano una scuola media di recente costruzione posta sui colli, di solito hanno un background sociale ed economico molto diverso di quei ragazzi che frequentano una scuola media in luoghi più popolari, così come sono diversi i ragazzi di un liceo da quelli di un istituto professionale. Ma al di là delle differenze in tutti abbiamo trovato questa voglia di affrontare il problema, magari non in forma subito diretta. E anche i racconti di sé non sono mancati, in alcuni casi molto toccanti. Abbiamo cercato di far identificare i ragazzi nelle figure del bullo e della vittima, attraverso la scrittura di un testo che prendeva il la da un romanzo (La figlia dell’assassina di Giulia Facchini). Era un modo per far parlare di sé, in un modo nascosto, attraverso dei personaggi. Curiosamente, se a voce a volte una soluzione dei contrasti la si trovava, nella scrittura in ragazzi tendenzialmente hanno scritto storie con esiti per lo più tragici.

Ragazzi ristretti
Un discorso a parte riguarda il contesto carcerario. In questo caso non era facile parlare di bullismo e di atti che potevano sfociare nell’illegalità, ancora di più nell’area penale interna, cioè nel caso in cui i ragazzi erano effettivamente rinchiusi in una cella per la maggior parte del loro tempo e non erano affidati a comunità educative sul territorio.
In questi contesti non si può certo aprirsi, dire tutto, perché pesano di più il giudizio degli altri, i rapporti con gli agenti. Eppure mai come in tali contesti abbiamo sentito questa voglia di potersi raccontare. Se questa intenzione l’abbiamo incontrata in tutte le classi, è stato proprio qui che ha raggiunto dei toni più toccanti pur nella durezza e nel loro voler sempre prendersi gioco degli altri, soprattutto di noi adulti. Magico in questo caso è stato l’uso del microfono: la sola possibilità di prenderlo in mano e parlare attraverso, per loro ha significato la possibilità di parlare all’esterno, di uscire dal loro mondo segregazione che per un individuo della loro età deve essere una condizione terribile. Ed è stato così che parlando di violenza e di pregiudizi — quasi tutti erano figli di genitori stranieri ma italiani a tutti gli effetti — uno di loro ha detto: “La cosa che più mi manca qua dentro è la voce di mia madre al mattino quando mi svegliava”.

I podcast su Spreaker

Potete ascoltare il prodotto finale di questo percorso sul canale Spreaker della web radio Alta Frequenza.

Il video del percorso

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